Con Gne alla Cop21

di GIORGIA BURZACHECHI, vicedirettore di Giornalisti nell’erba

Laurent Fabius alla Cop21
Laurent Fabius alla Cop21

La stanchezza l’avevo messa in conto, già dalla levataccia alle quattro di mattina per arrivare puntuale in aeroporto ed essere a Le Bourget in tempo da non perdere anche l’ottavo giorno di conferenza. Forse anche un po’ di dispersione: un evento a cui non avevo mai preso parte prima, in un paese in cui riesco ad esprimermi con saluti e ringraziamenti di cortesia. Mi preoccupava la quantità di informazioni che, già da giorni, riempivano con comunicati la casella di posta elettronica. E una volta arrivata lì non è che le cose fossero poi tanto più semplici. Parc des Expositions, la sede di COP21, è gigantesca, gli eventi, gli incontri con i delegati e le associazioni ambientaliste, gli inviti numerosissimi, tutti utili per aggiungere un tassello alle “puntate precedenti” e comprendere lo stato delle negoziazioni.

La preoccupazione si è, in parte, dissipata a fronte di due scoperte. La prima: lo stato confusionario è un minimo comun denominatore, anche tra i veterani di Conferenze delle parti, ma per fortuna ce ne sono di aggiornati e disponibili che si offrono per esaurienti riepiloghi, come Francesco Ferrante di Kyoto Club, intercettato già dai primissimi minuti, o per delucidazioni sulle varie revisioni dell’accordo, come Mauro Albrizio, direttore ufficio europeo di Legambiente. La seconda: nel dubbio segui i colleghi (anche se al cospetto è improprio definirmi collega di tali giganti) di Reuters, che infatti ci hanno condotto a una delle conferenze stampa non annunciate (vai a capire) di Laurent Fabius, oppure quelli di The Guardian, grazie ai quali mi sono infilata nell’incontro bilaterale tra i “cattivissimi” delle negoziazioni: India e Cina. Non mi sarei mai aspettata il lato umano, anche, ma non solo, nel senso negativo del termine: ti trovi faccia a faccia con Gao Feng, capo delle negoziazioni dello Stato cinese, mica ti immagini che sorvoli con nonchalance a una domanda sul ruolo della Cina nella differenziazione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo (tra i quali si annovera) e invece inizi a condurre una campagna a sostegno del Ruanda. Sguardi increduli tra il gruppetto di giornalisti che nel frattempo si è formato attorno al delegato: ha fatto finta di niente.

Ma umano è anche un altro lato dei negoziatori, quello della stanchezza visibile negli occhi (per rimanere in tema di sguardi), cerchiati da scure occhiaie, frutto di negoziazioni tenute in trattativa notturna, per tentare smontare, con la fatica delle lunghe tirate, eventuali resistenze. Perché, per chi non lo sapesse, il voto deve essere unanime, 196 voti favorevoli oppure niente. Un esempio su tutti, Francesco La Camera, direttore delle negoziazioni italiane, che ci ha concesso un’intervista video, a seguito di una riunione di sintesi sullo stato dei negoziati che il ministro Galletti ha tenuto per la stampa italiana, e solo dopo essersi stropicciato a lungo gli occhi ed assicurato che fossero sufficientemente aperti.

Soprattutto, ciò che ti coglie inaspettatamente è il groppo in gola e la commozione che sale nel momento in cui ascolti da fuori la porta della Plenary Hall, la folla che si scioglie in un fragoroso e lungo applauso al momento dell’approvazione dell’accordo. L’emozione e l’energia di Veronica Caciagli, rimasta fino all’ultimo secondo nella sala della plenaria, quasi a volersi assicurare che non ci fossero ripensamenti. Ma anche la tenacia instancabile dei protagonisti delle grandi associazioni ambientaliste, oltre all’Italian Climate Network, come Maria Grazia Midulla del WWF che ha subito minacciato “domani la lotta torna sui territori”.

È un potpourri di sensazioni inaspettate, ma anche di rinnovate convinzioni, perché quello di Parigi è un accordo, sì storico, dove anche Paesi come l’Arabia Saudita hanno firmato per mandare in pensione (anche se pian piano) le fonti fossili, ma non risolutivo, adesso tocca alla società civile. Quello che invece ci si aspetta, da adesso in poi, o sarebbe meglio dire, quello che si spera, è un po’ meno egoismo, dopotutto è del nostro Pianeta che stiamo parlando. Anzi, di Noi.

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La testata è nata nel 1978 con il nome di Ecologia (diventerà La Nuova Ecologia l'anno successivo) insieme ai primi gruppi ambientalisti... Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia
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